Quanto era bello, il mondo, senza il nostro consenso, sorella mia. Era tutto un muto stare immobile - di fuori - quando ci concedevamo un giro nella giostra della nostra palla di Natale. Qualcuno, ogni tanto, ci girava la sfera: e veniva giù la neve. Noi eravamo spettatrici passive delle ore immobili, calme, che fluivano nella nostra ampolla. Poi, acconsentivamo agli scossoni, senza stupircene più di tanto: sorellastre, d'altra parte. Quel dispregiativo, marcato a fuoco nel dna, c'ha concesso un'agonìa più lenta, ma non c'ha risparmiato il commiato.
Ed ecco che adesso, a distanza di un anno, ci penso ancora. E cerco un motivo per restare nel letto ma malgrado la stanchezza non ci riesco. Ancora mi spavento all'ovvietà della tua presenza, come se non te ne fossi mai andata, come se non lo avessimo fatto mai.
Non c'ha salvato la virginità quella assurda palingenesi di rapporti in frantumi, nella nostra famiglia. Terrapieni e trincee, intorno al nostro albero genealogico. Due piccole mele che hanno provato a non marcire - noi -, c'hanno raggiunte i vermi prima che potessimo dirci per l'ultima volta t'amo.
Piango. Perchè ripenso a quando te uscivi e mi lasciavi a casa tua, in quella bolla che eri riuscita a crearti, pregna di odori e colori spalmati sul muro, che avresti voluto leccarla come una caramella. Com'era bella di disordine, la tua camera. Com'era calda di passioni sconvolte e libri e cuscini e incensi. Ogni tanto ne raccoglievo la polvere secca. Ecco perchè la mia camera, malgrado la viva più d'ogni altro luogo al mondo, non sa di me. Il detersivo delle correnti d'aria porta via i profumi e i colori e sbiadisce la pelle delle fotografie, appese al muro.
Mi manchi. Perchè ricordo benissimo quando mi facevi il tè, e mi parlavi dell'amore come tu sola sapevi fare. Ruotavi con quella grazia il cucchiaino nella tazza che mai nessuna al mondo potrà imparare a possedere così come tu - pacatamente - la indossavi. E mi confidavi che la vita è bella, come una piantina grassa. Anche se punge.
Muoio, adesso. Se penso al tempo che non ci siamo potute permettere. Le clausole ai nostri discorsi di farfalla sleniti, l'hanno resi asettici. Gli omissis - quelli - troppi, per poterci considerare nel profondo ciò che fisicamente siamo e saremo ma che umanamente è troppo difficile.
Tu sei mia sorella, anche adesso che non sei qui a costruire sermoni sui miei sproloqui di perenne insoddisfatta. Sei qui ancora e mi passi la salsa di soia che più del cinese, per un tète a tète, non possiamo permetterci. E ti racconto di quanto sia bello e gonfio ciò che ho provato a costruirmi in questi cento e cento giorni, di come sia dolce la sera avere sempre qualcuno cui dare la buonanotte, trovarlo al risveglio.
Ma anche l'amore, sorellina, anche quello più ovvio, senza i tuoi reclinamenti di capo, senza i tuoi cerchi concentrici nell'acqua bollente, senza le tue mollettine, senza i tuoi - potrebbe essere - non vale ciò che dovrebbe.
Sapevi delinearmi il diventare: sapevi inventarmi, ogni giorno, anche ai miei occhi. Tanto che tornavo a casa nell'incazzatura generale e - quasi sempre - mi mettevo a scrivere.
Stanotte sei tornata in un abbraccio di cuscini molli di sudore e polveri fini: la sessione d'esami sta giungendo al termine, così come la saturazione dei polmoni e dei tessuti. Ma non ho i tuoi bastoncini secchi da bruciare, non ho voli pindarici da provare e da sfatare nella prospettiva del venturo, non ho maglioncini bianchi per farmi più bella ai suoi occhi. Ho solo il luogo comune d'un mazzetto di ricordi belli chiusi nella testa, un ritratto nascosto, un libro di poesie e il tuo sangue dentro il cuore.
Mi manchi tanto, Sabri.
Ti amo infinitamente.
venerdì 2 ottobre 2009
martedì 29 settembre 2009
Appesa al letto d'una stanza di periferia bimba uno sogna di essere migliore. Come potrebbe esserlo è un mistero, premettendo che s'è inflitta la clausura a costo di finire al meglio i benedettissimi studi, raggiungere presto l'agognato alloro. Quella lingua così strana, che quando la pronunci sembra strapparti i denti. Sogna perchè è annoiata, e altro non c'è da fare in questa sera tanto anonima che ti manca la mancanza. Ma non sa scrivere - si dice - non sa cantare. Rimediare al problema di un letargo senza telefonate tappabuchi, silenziose. Vorrebbe fare una sciarpa, ecco. Adesso lei vorrebbe fare ai ferri una sciarpa, bella, rossa, da portare con lei a Parigi, da essere pronta per la partenza. Oppure vorrebbe essere tanto bella e magra. Non mangiare le pare la soluzione migliore. E allora bimba uno pensa che però ha fame e mangia una merendina e passa la notte al telefono. Ridendo, s'addormenta felice.
***
Bimba due ama i colori. Un giorno si è chiesta come poterli racchiudere tutti, non nel senso scontato d'arcobaleno. Proprio tutti. Il giorno dopo era in un prato a far stendere due amiche sopra un telo viola che sembravano petali. Le amiche, ridendo, ci stavano a fare le modelle. Bimba due bella della scoperta d'un talento osserva quei momenti glassati in fotografie non ritoccate, genuine d'ombre storte, d'orizzonti al maldimare.
***
Bimba tre c'ha una preoccupazione distante qualche chilometro. Si chiede come lenirla. L'unico modo sarebbe partire domani con il primo treno e raggiungere il papà. Bimba tre non può, però, perchè domani c'ha un esame importante. Bimba tre piange poi a un certo punto si alza dal divano letto e pensa ora accendo il computer. Bimba tre legge che l'esame è rimandato ad ottobre. Adempie al rito dell'acchiappo di un zainetto vuoto d'aria e fugge come una lepre.
***
Bimba quattro c'ha il mutuo da pagare e la fine del mondo. Soffre da un po' di giorni di vertigini è lo stress dice. Non è che capita tutti i giorni di comprare casa e di aspettare l'apocalisse. Poi, a un certo punto, salvifica, [...]
***
Bimbo cinque c'ha da riparare la stampante ma c'è la champions league e rimanda.
***
Bimba Sei s'ammazza dal ridere a pensare che tutti - in un modo o nell'altro - ogni giorno, s'arrabbattano. Poi tira giù la leva - [un'esplosione] - e congeda il mondo.
Buonanotte
***
Bimba due ama i colori. Un giorno si è chiesta come poterli racchiudere tutti, non nel senso scontato d'arcobaleno. Proprio tutti. Il giorno dopo era in un prato a far stendere due amiche sopra un telo viola che sembravano petali. Le amiche, ridendo, ci stavano a fare le modelle. Bimba due bella della scoperta d'un talento osserva quei momenti glassati in fotografie non ritoccate, genuine d'ombre storte, d'orizzonti al maldimare.
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Bimba tre c'ha una preoccupazione distante qualche chilometro. Si chiede come lenirla. L'unico modo sarebbe partire domani con il primo treno e raggiungere il papà. Bimba tre non può, però, perchè domani c'ha un esame importante. Bimba tre piange poi a un certo punto si alza dal divano letto e pensa ora accendo il computer. Bimba tre legge che l'esame è rimandato ad ottobre. Adempie al rito dell'acchiappo di un zainetto vuoto d'aria e fugge come una lepre.
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Bimba quattro c'ha il mutuo da pagare e la fine del mondo. Soffre da un po' di giorni di vertigini è lo stress dice. Non è che capita tutti i giorni di comprare casa e di aspettare l'apocalisse. Poi, a un certo punto, salvifica, [...]
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Bimbo cinque c'ha da riparare la stampante ma c'è la champions league e rimanda.
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Bimba Sei s'ammazza dal ridere a pensare che tutti - in un modo o nell'altro - ogni giorno, s'arrabbattano. Poi tira giù la leva - [un'esplosione] - e congeda il mondo.
Buonanotte
giovedì 18 giugno 2009
Ma tu guarda che mi viene da pensare _ San Giovanni ride e fuma
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali.
E anche adesso, che stanno seduti su quella panca di pietra, lui chino verso di lei - a riversarle parole -, lei di spalle - muta -, potrebbero recitare senza mai smettere, facendo finta, ma conoscono a memoria le battute che, a poco a poco, si scambieranno.
Dietro, San Giovanni sminchia il cielo, comunque. Ogni anno riesce a disinibirsi, dopo il colpo quasi mortale di un'orda barbarica che canta e fuma. Forse si diverte, alla fine, chissà. E la pensa allo stesso modo. Non è così assurdo, se ci pensi un po' di più, appena più a fondo. Se curvi la schiena all'indietro, anche oggi, potresti giurare di vederlo cantare e ridere piano, alla faccia della spada di damocle della croce.
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. Ed entrambi, adesso, sono al primo tempo: lo sanno. Il problema è come riempire quel tempo morto della pausa, non essendoci pop-corn, superflui i commenti, aspettano. E rifocillano le glottidi arse dalle verità vomitate, in un moto di liberazione.
I sanpietrini reggono, il viottolo si biforca, i barboni dormono e adempiono al rito della siesta alla sinistra dei tetrapack muffiti di vino spicciolo. Tutto regolare, nessun colpo gobbo, nessuna meteora arriverà a salvarli dall'epilogo, nessun bambino in bicicletta al primo tentativo senza rotelle.
E' che, probabilmente, l'hanno fatto uguali. E se lui oggi è riuscito ad ovviare il problema dei chilometri, masticando la strada, spolverandola di treni in corsa beccati all'ultimo minuto, lei l'altra notte non ha dormito, ha preferito rallentare sul ciglio del letto, le scarpe ai piedi, la musica accesa, per pensare. Al contrario, l'hanno fatti uguali. Lei veloce di metropoli natìe riesce a zittirsi, lui, stanco di strade in discesa - inesorabili salite - adesso corre.
Bruma e clacson a glassare il momento, capannelli di gente, la mestizia di un quartiere troppo ovvio per essere degno di questo nome: eppure sta, al margine, tra il centro e la periferia, e tu devi scegliere, il contorno è il surrogato dell'incertezza, andare avanti o restare: la via che porta al fiume dei vecchi cantori ubriachi, pregni di notte; l'altra che ti riporta a casa, sicura, lontano.
'' E' che non ho più nessun dubbio. Ci provo, ma non mi vengono. ''
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. E lei, in un moto di ribellione, prendendolo per mano comincia a cantare, e gli spara il colpo del persempre, dritta dritta verso l'altra parte del mondo.
(Salviamoci la, salviamoci la, salviamoci la pelle: che abbiamo solo questa.)
E anche adesso, che stanno seduti su quella panca di pietra, lui chino verso di lei - a riversarle parole -, lei di spalle - muta -, potrebbero recitare senza mai smettere, facendo finta, ma conoscono a memoria le battute che, a poco a poco, si scambieranno.
Dietro, San Giovanni sminchia il cielo, comunque. Ogni anno riesce a disinibirsi, dopo il colpo quasi mortale di un'orda barbarica che canta e fuma. Forse si diverte, alla fine, chissà. E la pensa allo stesso modo. Non è così assurdo, se ci pensi un po' di più, appena più a fondo. Se curvi la schiena all'indietro, anche oggi, potresti giurare di vederlo cantare e ridere piano, alla faccia della spada di damocle della croce.
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. Ed entrambi, adesso, sono al primo tempo: lo sanno. Il problema è come riempire quel tempo morto della pausa, non essendoci pop-corn, superflui i commenti, aspettano. E rifocillano le glottidi arse dalle verità vomitate, in un moto di liberazione.
I sanpietrini reggono, il viottolo si biforca, i barboni dormono e adempiono al rito della siesta alla sinistra dei tetrapack muffiti di vino spicciolo. Tutto regolare, nessun colpo gobbo, nessuna meteora arriverà a salvarli dall'epilogo, nessun bambino in bicicletta al primo tentativo senza rotelle.
E' che, probabilmente, l'hanno fatto uguali. E se lui oggi è riuscito ad ovviare il problema dei chilometri, masticando la strada, spolverandola di treni in corsa beccati all'ultimo minuto, lei l'altra notte non ha dormito, ha preferito rallentare sul ciglio del letto, le scarpe ai piedi, la musica accesa, per pensare. Al contrario, l'hanno fatti uguali. Lei veloce di metropoli natìe riesce a zittirsi, lui, stanco di strade in discesa - inesorabili salite - adesso corre.
Bruma e clacson a glassare il momento, capannelli di gente, la mestizia di un quartiere troppo ovvio per essere degno di questo nome: eppure sta, al margine, tra il centro e la periferia, e tu devi scegliere, il contorno è il surrogato dell'incertezza, andare avanti o restare: la via che porta al fiume dei vecchi cantori ubriachi, pregni di notte; l'altra che ti riporta a casa, sicura, lontano.
'' E' che non ho più nessun dubbio. Ci provo, ma non mi vengono. ''
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. E lei, in un moto di ribellione, prendendolo per mano comincia a cantare, e gli spara il colpo del persempre, dritta dritta verso l'altra parte del mondo.
(Salviamoci la, salviamoci la, salviamoci la pelle: che abbiamo solo questa.)
mercoledì 10 giugno 2009
post-it [ flash metropolitano, lungo la costa ]
Lui è disteso sul letto, e per la prima volta, sul serio, lei lo desidera. Vuole, con tutta se stessa, farne. Di intrecci osé ne sa ben poco, è già tanto che non rimanga di là, seduta sulla sedia di plastica, un gomito poggiato sul tavolino, l'altro - sospeso - appeso alla sigaretta incollata alla bocca. Non rimarrebbero liquori sul filtro arancione, stavolta. Le labbra sono secche di sabbia e di umori riversati negli antri segreti. Lei lo guarda, lo sfinisce. Finisce il gioco dei suoi occhi severi, delle sue spalle imbronciate riversate contro la spalliera. Non si stupirebbe se la mandasse al diavolo. Eppure, sta. Perchè immobile e moto è quel movimento convulso dentro allo stomaco, da celare impossibile, così si avvicina per avvicinarlo meglio.
Ricorda di quando a farle compagnia c'era solo il fischio del vento, tra le persiane, di sera. La compagnia bonaria di un bicchiere di vino da un ero e cinquanta, a disinibirle le dita sulla tastiera, la musica a pompare nelle casse. Quante parole, allora, come unico appiglio. Tutti i desideri repressi, le fughe di gas fatte rientrare prima che potessero fare del male, la corrente risparmiata con la scusa dell'ozono. E il protocollo di Kioto a giustificare il silenzio. Libri. Libri su libri lesse, rimaneva le ore a sfogliarli, e ancora. Visse con Gatsby il riflesso delle luci algide e verdi, che si riflettevano dall'altra parte della strada. Corse con Fante lungo le strade polverose dell'America lontana, che sapevano di chiuso. Ascoltò i grandi raccontare l'amore, per cercare di impararlo, di capirlo.
Eccolo, il bandolo della matassa. Eccolo l'ultimo punto di cucito sulla tela. E' solo odore, questo, eppure strina, divelti i rami, si avvicina.
Per questa notte, che tutte le altre cancella indietro, l'ultimo quesito sviolina dalla finestra, a fare rumore da altre parti. E grazie a quei benefici astanti del mare morto e del crepitio delle onde contro le stelle, il silenzio stanotte non la spaventa.
***
Ricorda di quando a farle compagnia c'era solo il fischio del vento, tra le persiane, di sera. La compagnia bonaria di un bicchiere di vino da un ero e cinquanta, a disinibirle le dita sulla tastiera, la musica a pompare nelle casse. Quante parole, allora, come unico appiglio. Tutti i desideri repressi, le fughe di gas fatte rientrare prima che potessero fare del male, la corrente risparmiata con la scusa dell'ozono. E il protocollo di Kioto a giustificare il silenzio. Libri. Libri su libri lesse, rimaneva le ore a sfogliarli, e ancora. Visse con Gatsby il riflesso delle luci algide e verdi, che si riflettevano dall'altra parte della strada. Corse con Fante lungo le strade polverose dell'America lontana, che sapevano di chiuso. Ascoltò i grandi raccontare l'amore, per cercare di impararlo, di capirlo.
Eccolo, il bandolo della matassa. Eccolo l'ultimo punto di cucito sulla tela. E' solo odore, questo, eppure strina, divelti i rami, si avvicina.
Per questa notte, che tutte le altre cancella indietro, l'ultimo quesito sviolina dalla finestra, a fare rumore da altre parti. E grazie a quei benefici astanti del mare morto e del crepitio delle onde contro le stelle, il silenzio stanotte non la spaventa.
***
mercoledì 3 giugno 2009
meteore - Favola Metropolitana n°2
- Maritino!
Gli corse incontro come avesse indossato un paio di scarpe nuove. Sfilando, non so se mi spiego.
Giusto il tempo - un quarto di secondo, a dire il vero - di vederlo trasalire, dopo essersi voltato - capelli neri a graffiare le spalle nodose - che gli era già con le braccia al collo.
- Maritino, come ti sei fatto bello! Mi sei mancato!
Lei, era. Non bella, ma sapeva di limone, di estate. Non so se mi spiego. Tanto che quando mi buttava le braccia al collo mi sentivo profumato anche io. Mi capisci? Non sapevo da che parte cominciare. Sapevo solo che volevo farlo.
- Anche tu mi sei mancata.
Lui, era il suo maritino. Poco più che un bambino, allora, giocava al debutto masticando terra e arrampicandosi su per i pendii del suo paese per tornire i muscoli. Ma le spalle, quelle, erano da uomo. Già.
Quando erano piccoli, tante estati fa, giocavano a rincorrersi sulla spiaggia e lungo il torrente che attraversava la pineta. Un imperfetto a levigare, piano, i contorni di un paio d'occhi che adesso si guardano così, come si guardano i loro.
- Maritino, sei perfetto! Sei sempre più bello, sai? Te la sei fatta la fidanzata quest'anno?
Lo vedevi abbassare lo sguardo. Ma quale fidanzata e fidanzata. Lui aveva quindici anni, allora. Una bellezza maldestra gli aveva scolpito gli zigomi, accentuando il colore degli occhi. Ma lo avresti potuto ancora vedere scherzare con gli amici giù, seduti sul muretto, a sgranare gli occhi e a dire parolacce su questa o quella partita di pallone.
- Certo, che me la sono fatta. Ma l'ho mollata. Io.
Quella sera la via lattea aveva deciso di scherzare col fuoco, accendendo il cielo, sopra quel mucchio di casupole. Il loro amato locus amoenus. Quello dove prima o poi, undici mesi non sono niente, dovevi tornare, per stare.
Ma le palingenesi perfette esistono solo nei libri di mitologia. Gli umani, li vedi, crescere voglie a renderli deboli, anche dopo un giorno solo, quel po' di più.
E quindi non ti stupirai, se ti racconterò di un coito maldestro, improvvisato sulla spiaggia, meravigliosamente banale, sotto le lacrime di San Lorenzo.
Un paio di mani, due bocche e un mucchio di capelli, niente di più. Ma a lui - questo lei non lo saprà mai - gli stava per scoppiare il cuore perchè di sapori così forti e di emozioni così intense, mai, prima di allora.
Si svegliavano, i giorni, sopra le casupole, ogni giorno. E via. Via il solstizio, di mille anni fa.
- Maritino, ci vediamo la prossima estate.
Lui l'aspetterà, pronto all'incrocio, con il solito broncio, facendo finta di guardare da un'altra parte. Inutilmente attenderà di improvvisare uno spavento, quando sentirà la stretta forte.
Nessuna sfilata, maritino. Nessuna dea da amare di notte. Nessuna fata.
Perchè dei maritini, quando si spezza l'incantesimo, non sai che fartene. E ti giustifichi borbottando che San Lorenzo non può piangere sempre per le stesse persone. E via.
Se vuoi proprio essere gelosa di qualcosa, essilo di quel ragazzo ormai uomo, bello nei suoi giovani anni, che ancora oggi tira via un sospiro a rimbalzare sul mare, assieme al sasso lanciato lontano nell'acqua, e ai centri concentrici.
Bello che potresti chiederti come faccia a pensare di rivolgerti la parola.
E invece ti bacia e ti chiede di non tradirlo mai.
[tratto da una storia vera]
Gli corse incontro come avesse indossato un paio di scarpe nuove. Sfilando, non so se mi spiego.
Giusto il tempo - un quarto di secondo, a dire il vero - di vederlo trasalire, dopo essersi voltato - capelli neri a graffiare le spalle nodose - che gli era già con le braccia al collo.
- Maritino, come ti sei fatto bello! Mi sei mancato!
Lei, era. Non bella, ma sapeva di limone, di estate. Non so se mi spiego. Tanto che quando mi buttava le braccia al collo mi sentivo profumato anche io. Mi capisci? Non sapevo da che parte cominciare. Sapevo solo che volevo farlo.
- Anche tu mi sei mancata.
Lui, era il suo maritino. Poco più che un bambino, allora, giocava al debutto masticando terra e arrampicandosi su per i pendii del suo paese per tornire i muscoli. Ma le spalle, quelle, erano da uomo. Già.
Quando erano piccoli, tante estati fa, giocavano a rincorrersi sulla spiaggia e lungo il torrente che attraversava la pineta. Un imperfetto a levigare, piano, i contorni di un paio d'occhi che adesso si guardano così, come si guardano i loro.
- Maritino, sei perfetto! Sei sempre più bello, sai? Te la sei fatta la fidanzata quest'anno?
Lo vedevi abbassare lo sguardo. Ma quale fidanzata e fidanzata. Lui aveva quindici anni, allora. Una bellezza maldestra gli aveva scolpito gli zigomi, accentuando il colore degli occhi. Ma lo avresti potuto ancora vedere scherzare con gli amici giù, seduti sul muretto, a sgranare gli occhi e a dire parolacce su questa o quella partita di pallone.
- Certo, che me la sono fatta. Ma l'ho mollata. Io.
Quella sera la via lattea aveva deciso di scherzare col fuoco, accendendo il cielo, sopra quel mucchio di casupole. Il loro amato locus amoenus. Quello dove prima o poi, undici mesi non sono niente, dovevi tornare, per stare.
Ma le palingenesi perfette esistono solo nei libri di mitologia. Gli umani, li vedi, crescere voglie a renderli deboli, anche dopo un giorno solo, quel po' di più.
E quindi non ti stupirai, se ti racconterò di un coito maldestro, improvvisato sulla spiaggia, meravigliosamente banale, sotto le lacrime di San Lorenzo.
Un paio di mani, due bocche e un mucchio di capelli, niente di più. Ma a lui - questo lei non lo saprà mai - gli stava per scoppiare il cuore perchè di sapori così forti e di emozioni così intense, mai, prima di allora.
Si svegliavano, i giorni, sopra le casupole, ogni giorno. E via. Via il solstizio, di mille anni fa.
- Maritino, ci vediamo la prossima estate.
Lui l'aspetterà, pronto all'incrocio, con il solito broncio, facendo finta di guardare da un'altra parte. Inutilmente attenderà di improvvisare uno spavento, quando sentirà la stretta forte.
Nessuna sfilata, maritino. Nessuna dea da amare di notte. Nessuna fata.
Perchè dei maritini, quando si spezza l'incantesimo, non sai che fartene. E ti giustifichi borbottando che San Lorenzo non può piangere sempre per le stesse persone. E via.
Se vuoi proprio essere gelosa di qualcosa, essilo di quel ragazzo ormai uomo, bello nei suoi giovani anni, che ancora oggi tira via un sospiro a rimbalzare sul mare, assieme al sasso lanciato lontano nell'acqua, e ai centri concentrici.
Bello che potresti chiederti come faccia a pensare di rivolgerti la parola.
E invece ti bacia e ti chiede di non tradirlo mai.
[tratto da una storia vera]
mercoledì 27 maggio 2009
e invece sono - favola metropolitana n°1
Stando ai miei fondi di caffè saresti dovuto arrivare, con precisione certosina, intorno alle ore 2:00 di una notte solitaria, scribacchiata sugli angoli di una scrivania.
Avresti dovuto irrompere nei miei schemi disordinati, ridere della mia tela di ragno perfetta e sola, bucarne il centro con il dito indice destro. Metaforicamente parlando, si intende.
Avresti dovuto ridere delle mie facce strane, delle mie parole pompose, dell'architettura dei miei capelli, sempre impeccabili nell'attesa, a volte leggermente stanchi e appicicosi di lacrime che non avresti potuto immaginare, ritenendomi perfetta e compiuta e realizzata.
Avrei dovuto inscenare una sorpresa, facendoti immediatamente accorgere della finzione nel sussulto. Avresti dovuto pensare che se andavo così bene da sola, figuriamoci in due.
Avresti oltrepassato la porta, appunto, invitandomi alla condivisione di un ballo pazzo in mezzo alla piazza, mentre tutti ci guardavano. Non bello di una bellezza clandestina, ma rassicurante di vertigini sul capo, a ricordare cuscini sempre rimpolpati dalle cure materne, politicamente corretto.
Ma, soprattutto, considerata la disposizione dei granelli tostati, avresti dovuto sapere di mela. Io, la sola spezia a concederti un retrogusto insolito.
Scorretto, nel tuo vertiginoso ritardo, sei arrivato mentre mi leccavo un paio di ferite fresche ed esercitavo per la prima volta l'arte rincuorante dell'occlumanzia, semplicemente stringendomi da dietro, dicendomi su richiesta il tuo nome e, semplicemente, spegnendomi l'ennesimo mozzicone amaro schiudendomi le labbra di birra e saliva. Bello in maniera imbarazzante m'hai scotennato il savoir-faire. Ricordo perfettamente il sospiro quasi di sollievo, quando ti sei allontanato. Ne ho approfittato per correre al bancone, il primo, uno qualsiasi, se non ci fosse stato non lo so, e ho trangugiato anche l'altro mondo prima di riuscire a regalarti anche solo un barlume di quello che non credevo d'essere, e invece sono, insieme a noi.
Avresti dovuto irrompere nei miei schemi disordinati, ridere della mia tela di ragno perfetta e sola, bucarne il centro con il dito indice destro. Metaforicamente parlando, si intende.
Avresti dovuto ridere delle mie facce strane, delle mie parole pompose, dell'architettura dei miei capelli, sempre impeccabili nell'attesa, a volte leggermente stanchi e appicicosi di lacrime che non avresti potuto immaginare, ritenendomi perfetta e compiuta e realizzata.
Avrei dovuto inscenare una sorpresa, facendoti immediatamente accorgere della finzione nel sussulto. Avresti dovuto pensare che se andavo così bene da sola, figuriamoci in due.
Avresti oltrepassato la porta, appunto, invitandomi alla condivisione di un ballo pazzo in mezzo alla piazza, mentre tutti ci guardavano. Non bello di una bellezza clandestina, ma rassicurante di vertigini sul capo, a ricordare cuscini sempre rimpolpati dalle cure materne, politicamente corretto.
Ma, soprattutto, considerata la disposizione dei granelli tostati, avresti dovuto sapere di mela. Io, la sola spezia a concederti un retrogusto insolito.
Scorretto, nel tuo vertiginoso ritardo, sei arrivato mentre mi leccavo un paio di ferite fresche ed esercitavo per la prima volta l'arte rincuorante dell'occlumanzia, semplicemente stringendomi da dietro, dicendomi su richiesta il tuo nome e, semplicemente, spegnendomi l'ennesimo mozzicone amaro schiudendomi le labbra di birra e saliva. Bello in maniera imbarazzante m'hai scotennato il savoir-faire. Ricordo perfettamente il sospiro quasi di sollievo, quando ti sei allontanato. Ne ho approfittato per correre al bancone, il primo, uno qualsiasi, se non ci fosse stato non lo so, e ho trangugiato anche l'altro mondo prima di riuscire a regalarti anche solo un barlume di quello che non credevo d'essere, e invece sono, insieme a noi.
mercoledì 11 marzo 2009
destinazione paradiso
Se ci vedessi, ci invidierei. Anzi, già lo faccio. Ci invidio immensamente. Perchè siamo belli, non c'è storia. Siamo belli così neri di raso e cotone e seta nascosta. Siamo belli, infinitamente, quando ci incontriamo e non ci abbracciamo, ci mettiamo l'uno di fronte all'altra - te, così alto, potresti mangiarmi - e restiamo in silenzio per dieci secondi - dieci, non un secondo in più, non uno in meno - così, in silenzio, a fissarci per un po'. A quel punto, decidiamo il da farsi, e giù elenchi di paventabili divertissments - mostre, cinema, biblioteche - che non fanno in tempo ad essere palesati e sono già sproloqui tappabuchi di quel tanto o poco d'imbarazzo che, svanendo immediatamente, arrossisce appena le guance e ci porta su questa o quella panchina.
Non avrei mai pensato che, ancora oggi, una panchina. Una panchina mai avrei pensato che.
Posate le borse a terra, incredibilmente noncuranti del terriccio, svolgiamo a modo nostro le nostre mansioni. Attendiamo il momento opportuno. Il momento in cui il crepuscolo ricorda lo screpitìo dei fornelli e delle lenzuola, a mamme e geniti, e li porta lontani da noi, al sicuro, al riparo dalla lussuria dello sfarfallìo di dita e mani e gemiti e lingue. E così via.
Incredibilmente abbraccio il vento, da dietro. M'arriva e mi si posa sul collo, senza che me ne renda conto. La notte, a volte, me lo ricordo, per quel vago dolore tra i capelli e la schiena. Il dolore delle nostre folate, i flauti traversi che non ci dividono. Li sfidiamo e li spezziamo e loro spezzano la schiena ma cosa importa io ti voglio e il dolore accresce il desiderio. M'accresci tutta, a dire il vero, amico mio. M'accresci la voglia di conoscere con te quanto possa essere bello e profumato, paradossalmente, il nostro talamo pieno di merda di cani.
E così, posati su qualche angolo della terra, continuiamo a stare, immobili, incapaci di fare altro finchè - un giorno, chissà quando - la faremo esplodere tutta questa supernova e ricevendoti e prendendomi appena dopo, come svegliati, ricominceremo il cammino, fermandoci di tanto in tanto sul ciglio di qualche strada.
Solo orizzonti, neanche troppo lontani.
Non avrei mai pensato che, ancora oggi, una panchina. Una panchina mai avrei pensato che.
Posate le borse a terra, incredibilmente noncuranti del terriccio, svolgiamo a modo nostro le nostre mansioni. Attendiamo il momento opportuno. Il momento in cui il crepuscolo ricorda lo screpitìo dei fornelli e delle lenzuola, a mamme e geniti, e li porta lontani da noi, al sicuro, al riparo dalla lussuria dello sfarfallìo di dita e mani e gemiti e lingue. E così via.
Incredibilmente abbraccio il vento, da dietro. M'arriva e mi si posa sul collo, senza che me ne renda conto. La notte, a volte, me lo ricordo, per quel vago dolore tra i capelli e la schiena. Il dolore delle nostre folate, i flauti traversi che non ci dividono. Li sfidiamo e li spezziamo e loro spezzano la schiena ma cosa importa io ti voglio e il dolore accresce il desiderio. M'accresci tutta, a dire il vero, amico mio. M'accresci la voglia di conoscere con te quanto possa essere bello e profumato, paradossalmente, il nostro talamo pieno di merda di cani.
E così, posati su qualche angolo della terra, continuiamo a stare, immobili, incapaci di fare altro finchè - un giorno, chissà quando - la faremo esplodere tutta questa supernova e ricevendoti e prendendomi appena dopo, come svegliati, ricominceremo il cammino, fermandoci di tanto in tanto sul ciglio di qualche strada.
Solo orizzonti, neanche troppo lontani.
lunedì 2 marzo 2009
Io non sono
Occorre scriverne, e quindi.
Il problema è che se ne avessi la capacità, l'avrei già fatto. Spesso, queste sere, ho pensato al motivo per il quale non mi venisse automatico il nesso mentale tastiera-scrittura. Un mistero, a quanto pare. Perchè è sempre stato così, o quasi. Voglio dire... solitamente, in periodi analoghi, parlarne era tutto ciò che volevo. Condividere. Il sinallagma arrivava immediato, seguente all'emozione.
Io vivo, dunque scrivo. Io sono felice, dunque gli altri devono saperlo.
E' questo, forse, il problema. Forse sono stata troppo tempo da sola, e troppo a lungo ho sostenuto sguardi accesi a tentare invano di illuminare anche il mio. E' forse questa, la consapevolezza della quale parlano? No, perchè è un paradosso, se ci pensi. Faccio un esempio: è possibile ascoltare una canzone d'amore ed essere felici, per il semplice fatto di ascoltarla?
Oggi m'hai accompagnata a lezione. Hai desiderato continuare a stare con me, anche dopo, anche sotto la pioggia. Senza ombrello. Ci siamo chiusi in macchina e abbiamo parlato per due ore. Poi abbiamo fatto un giro random per Roma. Imbottigliati nel traffico delle sette, comunque, abbiamo continuato a parlare. A fumare. A parlare. Abbiamo trovato parcheggio immediatamente, cosa sulla quale si potrebbe soffermarsi. Abbiamo mangiato la pizza a Piazza Trilussa. Ho cantato con la signora della pizza una canzone, a voce alta. Abbiamo bevuto io una Bud, tu una Beck's. Mi hai detto che odi gli americani. Ci si sono dilatate le pupille, e tu te ne sei accorto. Non hai sorriso mai. Io ho sorriso sempre. Mi hai detto che mi ami. Siamo stati due ore appesi al ponte con il Tevere sotto a fare l'amore a modo nostro. Mi hai detto è meglio questo ponte di quello dell'altra sera. Ti ho chiesto perchè. Mi hai risposto perchè adesso hai gli occhi lucidi. E' per il vento. Non c'è vento. Io che sorrido sempre e faccio finta non sono riuscita a dirti una sola parola - una - che potesse farti capire cosa stai diventando per me. Tu che non sorridi mai e sei - senza alcun dubbio - la creatura più bella sulla quale abbia mai solo osato posare gli occhi, sei riuscito a stringermi e a dirmi non ci credo è troppo bello.
Io non sono una scrittrice. Io sono una stronza qualsiasi, che decide di riaccompagnarti a casa - in culo alla luna - e poi si deve fermare al casello per un attacco di panico che non saprai mai. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si stira i capelli la mattina per piacerti di più e la notte ti sogna. Io non sono una scrittrice, nè tantomeno la donna della tua vita, quella fatalona che un giorno arriverà e ti porterà via lontano, senza averne paura, senza doversi fermare. Io non sono una scrittrice. Io sono quella che si vergogna a dirti il suo cognome, e cambia discorso, perchè è troppo brutto. Io sono il surrogato di chi vorrei essere, e mi nascondo dietro uno pseudonimo, tra l'altro nemmeno originale - roba da denuncia -, perchè ho paura di essere. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si è fatta i film in testa per anni, e adesso ha te, tra le mani, e non sa come fare, da dove cominciare. Io non sono una scrittrice, non so sfogliarti i petali, non so dirti ad alta voce, fino a due settimane fa cantavo di uno che nemmeno mi guardava. Io non sono una scrittrice, cazzo. Io sono una che vuole sempre e solo chi non ricambia. E adesso?
Io non sono una scrittrice, dunque. Ed è per questo che non riesco a scriverti. Lo scrivere, per me, è una terapia, mi serve a mettere a fuoco i pensieri. Scrivo per sfogo, non per mestiere, osservo e descrivo ciò che immagino, tutto, fuorchè la realtà. Ma con te che mi guardi così, che mi stringi davvero, che davvero domani ci sei e ci sarai, come posso?
Clivi troppo molli, perfetti, per essere sfiniti in composizione. Proverò a tesserti nella realtà, ad intagliare al meglio questo piccolo capolavoro. Prenderò posizione, assecondando i miei limiti, le mie fughe di gas. Io non sono una scrittrice, amore, e ho paura che tu non sia vero perchè non riesco davvero a immaginarti migliore, in nessun modo, di quanto tu non sia in realtà.
Ninna nanna, amore mio. Che io possa un giorno, davvero, trovare il coraggio di dormirti tra i capelli, senza morire.
Io non sono una scrittrice. Io sono, ora, la protagonista del libro che avrei voluto scrivere.
Il problema è che se ne avessi la capacità, l'avrei già fatto. Spesso, queste sere, ho pensato al motivo per il quale non mi venisse automatico il nesso mentale tastiera-scrittura. Un mistero, a quanto pare. Perchè è sempre stato così, o quasi. Voglio dire... solitamente, in periodi analoghi, parlarne era tutto ciò che volevo. Condividere. Il sinallagma arrivava immediato, seguente all'emozione.
Io vivo, dunque scrivo. Io sono felice, dunque gli altri devono saperlo.
E' questo, forse, il problema. Forse sono stata troppo tempo da sola, e troppo a lungo ho sostenuto sguardi accesi a tentare invano di illuminare anche il mio. E' forse questa, la consapevolezza della quale parlano? No, perchè è un paradosso, se ci pensi. Faccio un esempio: è possibile ascoltare una canzone d'amore ed essere felici, per il semplice fatto di ascoltarla?
Oggi m'hai accompagnata a lezione. Hai desiderato continuare a stare con me, anche dopo, anche sotto la pioggia. Senza ombrello. Ci siamo chiusi in macchina e abbiamo parlato per due ore. Poi abbiamo fatto un giro random per Roma. Imbottigliati nel traffico delle sette, comunque, abbiamo continuato a parlare. A fumare. A parlare. Abbiamo trovato parcheggio immediatamente, cosa sulla quale si potrebbe soffermarsi. Abbiamo mangiato la pizza a Piazza Trilussa. Ho cantato con la signora della pizza una canzone, a voce alta. Abbiamo bevuto io una Bud, tu una Beck's. Mi hai detto che odi gli americani. Ci si sono dilatate le pupille, e tu te ne sei accorto. Non hai sorriso mai. Io ho sorriso sempre. Mi hai detto che mi ami. Siamo stati due ore appesi al ponte con il Tevere sotto a fare l'amore a modo nostro. Mi hai detto è meglio questo ponte di quello dell'altra sera. Ti ho chiesto perchè. Mi hai risposto perchè adesso hai gli occhi lucidi. E' per il vento. Non c'è vento. Io che sorrido sempre e faccio finta non sono riuscita a dirti una sola parola - una - che potesse farti capire cosa stai diventando per me. Tu che non sorridi mai e sei - senza alcun dubbio - la creatura più bella sulla quale abbia mai solo osato posare gli occhi, sei riuscito a stringermi e a dirmi non ci credo è troppo bello.
Io non sono una scrittrice. Io sono una stronza qualsiasi, che decide di riaccompagnarti a casa - in culo alla luna - e poi si deve fermare al casello per un attacco di panico che non saprai mai. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si stira i capelli la mattina per piacerti di più e la notte ti sogna. Io non sono una scrittrice, nè tantomeno la donna della tua vita, quella fatalona che un giorno arriverà e ti porterà via lontano, senza averne paura, senza doversi fermare. Io non sono una scrittrice. Io sono quella che si vergogna a dirti il suo cognome, e cambia discorso, perchè è troppo brutto. Io sono il surrogato di chi vorrei essere, e mi nascondo dietro uno pseudonimo, tra l'altro nemmeno originale - roba da denuncia -, perchè ho paura di essere. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si è fatta i film in testa per anni, e adesso ha te, tra le mani, e non sa come fare, da dove cominciare. Io non sono una scrittrice, non so sfogliarti i petali, non so dirti ad alta voce, fino a due settimane fa cantavo di uno che nemmeno mi guardava. Io non sono una scrittrice, cazzo. Io sono una che vuole sempre e solo chi non ricambia. E adesso?
Io non sono una scrittrice, dunque. Ed è per questo che non riesco a scriverti. Lo scrivere, per me, è una terapia, mi serve a mettere a fuoco i pensieri. Scrivo per sfogo, non per mestiere, osservo e descrivo ciò che immagino, tutto, fuorchè la realtà. Ma con te che mi guardi così, che mi stringi davvero, che davvero domani ci sei e ci sarai, come posso?
Clivi troppo molli, perfetti, per essere sfiniti in composizione. Proverò a tesserti nella realtà, ad intagliare al meglio questo piccolo capolavoro. Prenderò posizione, assecondando i miei limiti, le mie fughe di gas. Io non sono una scrittrice, amore, e ho paura che tu non sia vero perchè non riesco davvero a immaginarti migliore, in nessun modo, di quanto tu non sia in realtà.
Ninna nanna, amore mio. Che io possa un giorno, davvero, trovare il coraggio di dormirti tra i capelli, senza morire.
Io non sono una scrittrice. Io sono, ora, la protagonista del libro che avrei voluto scrivere.
giovedì 29 gennaio 2009
Roulette
Sarebbe da pazzi incoscienti masochisti decidere così, arbitrariamente, da un giorno all'altro, di buttare il proprio cuore in pasto agli avvoltoi, nemmeno fosse un pezzo di carne a ribasso, comprato dal macellaio dopo le festività natalizie.
Sai, uno di quei pezzi di, boh, cotechino. Che son buoni da mangiare, cioè che riesci a mandarli giù, solo se conditi con il sugo e le lenticchie e tutto il resto. E il pane, secco, scaldato in padella.
Un avanzo da 'giorno-dopo'. Santo Stefano. Le occhiaie e il cerchio alla testa dopo la baldoria. Il sangue rappreso intorno alle cuticole, dopo il rito salvifico e godurioso del rosicchiare.
Una di quelle cose da proverbio. Da frase fatta. 'Non vale la pena!,' non vale, no. Strana storia, questa della 'pena'. La pena, di cosa? Voglio dire: il giorno prima ci si è divertiti, si è stati bene, con la famiglia riunita a riempire lo stomaco. Quella sera, quei quattro gin lemon, sono andati giù che era una bellezza, te l'hanno rinfrescata un po', si o no, la gola, dopo dieci giorni passati chiusi in camera a studiare e ripetere e leggere e studiare e ripetere e leggere. Te le sei mangiate con tanto di 'slurp' quelle unghie! Eppure, 'la pena'.
La pena.
Mettiamo il caso non valga. Mettiamo il caso che 'tu ed io', per essere così, pienamente, infinitamente e fino in fondo davvero un 'tu ed io', un unicum, intendo, dovesse costarmi fatica. Dovesse costarmi pene, appunto.
Quali rischi dovrei correre? Quante le parole da reprimere? Quanti i gesti da mediare, da smussare, prima che essi assumano una parvenza... adeguata, adeguata a questa nostra situazione?
Dovrei trascendere. Dovrei acquietarmi un attimo, ruminare i palpiti e regalartene un bolo indistinto, molle, sdrucciolevole. La medicina cattiva addolcita con il miele. Ed io, in cambio, il rigurgito acido di ciò che vorrei, ma non posso. Tu tranquillo, sotto il lenzuolo fresco di un mio 'ti aspetto, ma fai con calma'. Io, il fachiro pietoso, in attesa del gancio di un tuo 'è abbastanza, ora baciami'.
Ora, baciami. E a me? Posso anche regalarti questa danza di muscoli compulsivi, questa mia lingua che conduce. Non mi interessa dei ruoli, non mi è mai interessato. Ma è davvero così?
Davvero, per salvarmi, è giusto che debba salvare te?
Ora, giungi. A sedarmi i minuti contati, senza le illusioni molli cui tanto volentieri mi venderei, anche per pochi spicci.
Domani, sarai partito. In tasca i tuoi puntini di sospensione - briciole di pane - ad indicarmi un cammino che mi vedrà, per chissà quanto tempo ancora, lottare contro chi tenterà di mangiarli, ad uno ad uno, per lasciare nel buio me, per riportarti al talamo originario, quello dei tempi in cui per te non c'ero, quelli in cui quelle stesse briciole andavano bene solo per creare atmosfere bucoliche, uccellini ovunque, a coccolarvi le promesse.
Lotto, contro chi ti ha avuto e desiderato e infinitamente è stato ricambiato, per tanto tempo, tanto da lasciarti in bocca quel retrogusto stucchevole, sì, ma familiare, di cose passate. La pancia della mamma, il primo bacio, la prima volta, le insicurezze svergognate.
Sarà la pastosità ferrosa di questi brandelli di cuore che porti nel palato, tra le gengive, che ti farà venire voglia di dissetarti con qualcosa che sappia di tutto, tranne che di vittima sacrificata sull'altare di quel dannato 'altro' che cerchiamo quando abbiamo fallito, e vogliamo riscattarci.
Che posso dirti? Vale la pena?
Un'ultima cosa: ho in mano un bicchiere, colmo d'acqua, dovesse servirti.
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