venerdì 2 ottobre 2009

sorellina mia

Quanto era bello, il mondo, senza il nostro consenso, sorella mia. Era tutto un muto stare immobile - di fuori - quando ci concedevamo un giro nella giostra della nostra palla di Natale. Qualcuno, ogni tanto, ci girava la sfera: e veniva giù la neve. Noi eravamo spettatrici passive delle ore immobili, calme, che fluivano nella nostra ampolla. Poi, acconsentivamo agli scossoni, senza stupircene più di tanto: sorellastre, d'altra parte. Quel dispregiativo, marcato a fuoco nel dna, c'ha concesso un'agonìa più lenta, ma non c'ha risparmiato il commiato.
Ed ecco che adesso, a distanza di un anno, ci penso ancora. E cerco un motivo per restare nel letto ma malgrado la stanchezza non ci riesco. Ancora mi spavento all'ovvietà della tua presenza, come se non te ne fossi mai andata, come se non lo avessimo fatto mai.
Non c'ha salvato la virginità quella assurda palingenesi di rapporti in frantumi, nella nostra famiglia. Terrapieni e trincee, intorno al nostro albero genealogico. Due piccole mele che hanno provato a non marcire - noi -, c'hanno raggiunte i vermi prima che potessimo dirci per l'ultima volta t'amo.
Piango. Perchè ripenso a quando te uscivi e mi lasciavi a casa tua, in quella bolla che eri riuscita a crearti, pregna di odori e colori spalmati sul muro, che avresti voluto leccarla come una caramella. Com'era bella di disordine, la tua camera. Com'era calda di passioni sconvolte e libri e cuscini e incensi. Ogni tanto ne raccoglievo la polvere secca. Ecco perchè la mia camera, malgrado la viva più d'ogni altro luogo al mondo, non sa di me. Il detersivo delle correnti d'aria porta via i profumi e i colori e sbiadisce la pelle delle fotografie, appese al muro.
Mi manchi. Perchè ricordo benissimo quando mi facevi il tè, e mi parlavi dell'amore come tu sola sapevi fare. Ruotavi con quella grazia il cucchiaino nella tazza che mai nessuna al mondo potrà imparare a possedere così come tu - pacatamente - la indossavi. E mi confidavi che la vita è bella, come una piantina grassa. Anche se punge.
Muoio, adesso. Se penso al tempo che non ci siamo potute permettere. Le clausole ai nostri discorsi di farfalla sleniti, l'hanno resi asettici. Gli omissis - quelli - troppi, per poterci considerare nel profondo ciò che fisicamente siamo e saremo ma che umanamente è troppo difficile.
Tu sei mia sorella, anche adesso che non sei qui a costruire sermoni sui miei sproloqui di perenne insoddisfatta. Sei qui ancora e mi passi la salsa di soia che più del cinese, per un tète a tète, non possiamo permetterci. E ti racconto di quanto sia bello e gonfio ciò che ho provato a costruirmi in questi cento e cento giorni, di come sia dolce la sera avere sempre qualcuno cui dare la buonanotte, trovarlo al risveglio.
Ma anche l'amore, sorellina, anche quello più ovvio, senza i tuoi reclinamenti di capo, senza i tuoi cerchi concentrici nell'acqua bollente, senza le tue mollettine, senza i tuoi - potrebbe essere - non vale ciò che dovrebbe.
Sapevi delinearmi il diventare: sapevi inventarmi, ogni giorno, anche ai miei occhi. Tanto che tornavo a casa nell'incazzatura generale e - quasi sempre - mi mettevo a scrivere.

Stanotte sei tornata in un abbraccio di cuscini molli di sudore e polveri fini: la sessione d'esami sta giungendo al termine, così come la saturazione dei polmoni e dei tessuti. Ma non ho i tuoi bastoncini secchi da bruciare, non ho voli pindarici da provare e da sfatare nella prospettiva del venturo, non ho maglioncini bianchi per farmi più bella ai suoi occhi. Ho solo il luogo comune d'un mazzetto di ricordi belli chiusi nella testa, un ritratto nascosto, un libro di poesie e il tuo sangue dentro il cuore.

Mi manchi tanto, Sabri.
Ti amo infinitamente.