Stando ai miei fondi di caffè saresti dovuto arrivare, con precisione certosina, intorno alle ore 2:00 di una notte solitaria, scribacchiata sugli angoli di una scrivania.
Avresti dovuto irrompere nei miei schemi disordinati, ridere della mia tela di ragno perfetta e sola, bucarne il centro con il dito indice destro. Metaforicamente parlando, si intende.
Avresti dovuto ridere delle mie facce strane, delle mie parole pompose, dell'architettura dei miei capelli, sempre impeccabili nell'attesa, a volte leggermente stanchi e appicicosi di lacrime che non avresti potuto immaginare, ritenendomi perfetta e compiuta e realizzata.
Avrei dovuto inscenare una sorpresa, facendoti immediatamente accorgere della finzione nel sussulto. Avresti dovuto pensare che se andavo così bene da sola, figuriamoci in due.
Avresti oltrepassato la porta, appunto, invitandomi alla condivisione di un ballo pazzo in mezzo alla piazza, mentre tutti ci guardavano. Non bello di una bellezza clandestina, ma rassicurante di vertigini sul capo, a ricordare cuscini sempre rimpolpati dalle cure materne, politicamente corretto.
Ma, soprattutto, considerata la disposizione dei granelli tostati, avresti dovuto sapere di mela. Io, la sola spezia a concederti un retrogusto insolito.
Scorretto, nel tuo vertiginoso ritardo, sei arrivato mentre mi leccavo un paio di ferite fresche ed esercitavo per la prima volta l'arte rincuorante dell'occlumanzia, semplicemente stringendomi da dietro, dicendomi su richiesta il tuo nome e, semplicemente, spegnendomi l'ennesimo mozzicone amaro schiudendomi le labbra di birra e saliva. Bello in maniera imbarazzante m'hai scotennato il savoir-faire. Ricordo perfettamente il sospiro quasi di sollievo, quando ti sei allontanato. Ne ho approfittato per correre al bancone, il primo, uno qualsiasi, se non ci fosse stato non lo so, e ho trangugiato anche l'altro mondo prima di riuscire a regalarti anche solo un barlume di quello che non credevo d'essere, e invece sono, insieme a noi.
mercoledì 27 maggio 2009
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