Se ci vedessi, ci invidierei. Anzi, già lo faccio. Ci invidio immensamente. Perchè siamo belli, non c'è storia. Siamo belli così neri di raso e cotone e seta nascosta. Siamo belli, infinitamente, quando ci incontriamo e non ci abbracciamo, ci mettiamo l'uno di fronte all'altra - te, così alto, potresti mangiarmi - e restiamo in silenzio per dieci secondi - dieci, non un secondo in più, non uno in meno - così, in silenzio, a fissarci per un po'. A quel punto, decidiamo il da farsi, e giù elenchi di paventabili divertissments - mostre, cinema, biblioteche - che non fanno in tempo ad essere palesati e sono già sproloqui tappabuchi di quel tanto o poco d'imbarazzo che, svanendo immediatamente, arrossisce appena le guance e ci porta su questa o quella panchina.
Non avrei mai pensato che, ancora oggi, una panchina. Una panchina mai avrei pensato che.
Posate le borse a terra, incredibilmente noncuranti del terriccio, svolgiamo a modo nostro le nostre mansioni. Attendiamo il momento opportuno. Il momento in cui il crepuscolo ricorda lo screpitìo dei fornelli e delle lenzuola, a mamme e geniti, e li porta lontani da noi, al sicuro, al riparo dalla lussuria dello sfarfallìo di dita e mani e gemiti e lingue. E così via.
Incredibilmente abbraccio il vento, da dietro. M'arriva e mi si posa sul collo, senza che me ne renda conto. La notte, a volte, me lo ricordo, per quel vago dolore tra i capelli e la schiena. Il dolore delle nostre folate, i flauti traversi che non ci dividono. Li sfidiamo e li spezziamo e loro spezzano la schiena ma cosa importa io ti voglio e il dolore accresce il desiderio. M'accresci tutta, a dire il vero, amico mio. M'accresci la voglia di conoscere con te quanto possa essere bello e profumato, paradossalmente, il nostro talamo pieno di merda di cani.
E così, posati su qualche angolo della terra, continuiamo a stare, immobili, incapaci di fare altro finchè - un giorno, chissà quando - la faremo esplodere tutta questa supernova e ricevendoti e prendendomi appena dopo, come svegliati, ricominceremo il cammino, fermandoci di tanto in tanto sul ciglio di qualche strada.
Solo orizzonti, neanche troppo lontani.
mercoledì 11 marzo 2009
lunedì 2 marzo 2009
Io non sono
Occorre scriverne, e quindi.
Il problema è che se ne avessi la capacità, l'avrei già fatto. Spesso, queste sere, ho pensato al motivo per il quale non mi venisse automatico il nesso mentale tastiera-scrittura. Un mistero, a quanto pare. Perchè è sempre stato così, o quasi. Voglio dire... solitamente, in periodi analoghi, parlarne era tutto ciò che volevo. Condividere. Il sinallagma arrivava immediato, seguente all'emozione.
Io vivo, dunque scrivo. Io sono felice, dunque gli altri devono saperlo.
E' questo, forse, il problema. Forse sono stata troppo tempo da sola, e troppo a lungo ho sostenuto sguardi accesi a tentare invano di illuminare anche il mio. E' forse questa, la consapevolezza della quale parlano? No, perchè è un paradosso, se ci pensi. Faccio un esempio: è possibile ascoltare una canzone d'amore ed essere felici, per il semplice fatto di ascoltarla?
Oggi m'hai accompagnata a lezione. Hai desiderato continuare a stare con me, anche dopo, anche sotto la pioggia. Senza ombrello. Ci siamo chiusi in macchina e abbiamo parlato per due ore. Poi abbiamo fatto un giro random per Roma. Imbottigliati nel traffico delle sette, comunque, abbiamo continuato a parlare. A fumare. A parlare. Abbiamo trovato parcheggio immediatamente, cosa sulla quale si potrebbe soffermarsi. Abbiamo mangiato la pizza a Piazza Trilussa. Ho cantato con la signora della pizza una canzone, a voce alta. Abbiamo bevuto io una Bud, tu una Beck's. Mi hai detto che odi gli americani. Ci si sono dilatate le pupille, e tu te ne sei accorto. Non hai sorriso mai. Io ho sorriso sempre. Mi hai detto che mi ami. Siamo stati due ore appesi al ponte con il Tevere sotto a fare l'amore a modo nostro. Mi hai detto è meglio questo ponte di quello dell'altra sera. Ti ho chiesto perchè. Mi hai risposto perchè adesso hai gli occhi lucidi. E' per il vento. Non c'è vento. Io che sorrido sempre e faccio finta non sono riuscita a dirti una sola parola - una - che potesse farti capire cosa stai diventando per me. Tu che non sorridi mai e sei - senza alcun dubbio - la creatura più bella sulla quale abbia mai solo osato posare gli occhi, sei riuscito a stringermi e a dirmi non ci credo è troppo bello.
Io non sono una scrittrice. Io sono una stronza qualsiasi, che decide di riaccompagnarti a casa - in culo alla luna - e poi si deve fermare al casello per un attacco di panico che non saprai mai. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si stira i capelli la mattina per piacerti di più e la notte ti sogna. Io non sono una scrittrice, nè tantomeno la donna della tua vita, quella fatalona che un giorno arriverà e ti porterà via lontano, senza averne paura, senza doversi fermare. Io non sono una scrittrice. Io sono quella che si vergogna a dirti il suo cognome, e cambia discorso, perchè è troppo brutto. Io sono il surrogato di chi vorrei essere, e mi nascondo dietro uno pseudonimo, tra l'altro nemmeno originale - roba da denuncia -, perchè ho paura di essere. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si è fatta i film in testa per anni, e adesso ha te, tra le mani, e non sa come fare, da dove cominciare. Io non sono una scrittrice, non so sfogliarti i petali, non so dirti ad alta voce, fino a due settimane fa cantavo di uno che nemmeno mi guardava. Io non sono una scrittrice, cazzo. Io sono una che vuole sempre e solo chi non ricambia. E adesso?
Io non sono una scrittrice, dunque. Ed è per questo che non riesco a scriverti. Lo scrivere, per me, è una terapia, mi serve a mettere a fuoco i pensieri. Scrivo per sfogo, non per mestiere, osservo e descrivo ciò che immagino, tutto, fuorchè la realtà. Ma con te che mi guardi così, che mi stringi davvero, che davvero domani ci sei e ci sarai, come posso?
Clivi troppo molli, perfetti, per essere sfiniti in composizione. Proverò a tesserti nella realtà, ad intagliare al meglio questo piccolo capolavoro. Prenderò posizione, assecondando i miei limiti, le mie fughe di gas. Io non sono una scrittrice, amore, e ho paura che tu non sia vero perchè non riesco davvero a immaginarti migliore, in nessun modo, di quanto tu non sia in realtà.
Ninna nanna, amore mio. Che io possa un giorno, davvero, trovare il coraggio di dormirti tra i capelli, senza morire.
Io non sono una scrittrice. Io sono, ora, la protagonista del libro che avrei voluto scrivere.
Il problema è che se ne avessi la capacità, l'avrei già fatto. Spesso, queste sere, ho pensato al motivo per il quale non mi venisse automatico il nesso mentale tastiera-scrittura. Un mistero, a quanto pare. Perchè è sempre stato così, o quasi. Voglio dire... solitamente, in periodi analoghi, parlarne era tutto ciò che volevo. Condividere. Il sinallagma arrivava immediato, seguente all'emozione.
Io vivo, dunque scrivo. Io sono felice, dunque gli altri devono saperlo.
E' questo, forse, il problema. Forse sono stata troppo tempo da sola, e troppo a lungo ho sostenuto sguardi accesi a tentare invano di illuminare anche il mio. E' forse questa, la consapevolezza della quale parlano? No, perchè è un paradosso, se ci pensi. Faccio un esempio: è possibile ascoltare una canzone d'amore ed essere felici, per il semplice fatto di ascoltarla?
Oggi m'hai accompagnata a lezione. Hai desiderato continuare a stare con me, anche dopo, anche sotto la pioggia. Senza ombrello. Ci siamo chiusi in macchina e abbiamo parlato per due ore. Poi abbiamo fatto un giro random per Roma. Imbottigliati nel traffico delle sette, comunque, abbiamo continuato a parlare. A fumare. A parlare. Abbiamo trovato parcheggio immediatamente, cosa sulla quale si potrebbe soffermarsi. Abbiamo mangiato la pizza a Piazza Trilussa. Ho cantato con la signora della pizza una canzone, a voce alta. Abbiamo bevuto io una Bud, tu una Beck's. Mi hai detto che odi gli americani. Ci si sono dilatate le pupille, e tu te ne sei accorto. Non hai sorriso mai. Io ho sorriso sempre. Mi hai detto che mi ami. Siamo stati due ore appesi al ponte con il Tevere sotto a fare l'amore a modo nostro. Mi hai detto è meglio questo ponte di quello dell'altra sera. Ti ho chiesto perchè. Mi hai risposto perchè adesso hai gli occhi lucidi. E' per il vento. Non c'è vento. Io che sorrido sempre e faccio finta non sono riuscita a dirti una sola parola - una - che potesse farti capire cosa stai diventando per me. Tu che non sorridi mai e sei - senza alcun dubbio - la creatura più bella sulla quale abbia mai solo osato posare gli occhi, sei riuscito a stringermi e a dirmi non ci credo è troppo bello.
Io non sono una scrittrice. Io sono una stronza qualsiasi, che decide di riaccompagnarti a casa - in culo alla luna - e poi si deve fermare al casello per un attacco di panico che non saprai mai. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si stira i capelli la mattina per piacerti di più e la notte ti sogna. Io non sono una scrittrice, nè tantomeno la donna della tua vita, quella fatalona che un giorno arriverà e ti porterà via lontano, senza averne paura, senza doversi fermare. Io non sono una scrittrice. Io sono quella che si vergogna a dirti il suo cognome, e cambia discorso, perchè è troppo brutto. Io sono il surrogato di chi vorrei essere, e mi nascondo dietro uno pseudonimo, tra l'altro nemmeno originale - roba da denuncia -, perchè ho paura di essere. Io non sono una scrittrice. Io sono una che si è fatta i film in testa per anni, e adesso ha te, tra le mani, e non sa come fare, da dove cominciare. Io non sono una scrittrice, non so sfogliarti i petali, non so dirti ad alta voce, fino a due settimane fa cantavo di uno che nemmeno mi guardava. Io non sono una scrittrice, cazzo. Io sono una che vuole sempre e solo chi non ricambia. E adesso?
Io non sono una scrittrice, dunque. Ed è per questo che non riesco a scriverti. Lo scrivere, per me, è una terapia, mi serve a mettere a fuoco i pensieri. Scrivo per sfogo, non per mestiere, osservo e descrivo ciò che immagino, tutto, fuorchè la realtà. Ma con te che mi guardi così, che mi stringi davvero, che davvero domani ci sei e ci sarai, come posso?
Clivi troppo molli, perfetti, per essere sfiniti in composizione. Proverò a tesserti nella realtà, ad intagliare al meglio questo piccolo capolavoro. Prenderò posizione, assecondando i miei limiti, le mie fughe di gas. Io non sono una scrittrice, amore, e ho paura che tu non sia vero perchè non riesco davvero a immaginarti migliore, in nessun modo, di quanto tu non sia in realtà.
Ninna nanna, amore mio. Che io possa un giorno, davvero, trovare il coraggio di dormirti tra i capelli, senza morire.
Io non sono una scrittrice. Io sono, ora, la protagonista del libro che avrei voluto scrivere.
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