giovedì 18 giugno 2009

Ma tu guarda che mi viene da pensare _ San Giovanni ride e fuma

E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali.
E anche adesso, che stanno seduti su quella panca di pietra, lui chino verso di lei - a riversarle parole -, lei di spalle - muta -, potrebbero recitare senza mai smettere, facendo finta, ma conoscono a memoria le battute che, a poco a poco, si scambieranno.
Dietro, San Giovanni sminchia il cielo, comunque. Ogni anno riesce a disinibirsi, dopo il colpo quasi mortale di un'orda barbarica che canta e fuma. Forse si diverte, alla fine, chissà. E la pensa allo stesso modo. Non è così assurdo, se ci pensi un po' di più, appena più a fondo. Se curvi la schiena all'indietro, anche oggi, potresti giurare di vederlo cantare e ridere piano, alla faccia della spada di damocle della croce.
E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. Ed entrambi, adesso, sono al primo tempo: lo sanno. Il problema è come riempire quel tempo morto della pausa, non essendoci pop-corn, superflui i commenti, aspettano. E rifocillano le glottidi arse dalle verità vomitate, in un moto di liberazione.
I sanpietrini reggono, il viottolo si biforca, i barboni dormono e adempiono al rito della siesta alla sinistra dei tetrapack muffiti di vino spicciolo. Tutto regolare, nessun colpo gobbo, nessuna meteora arriverà a salvarli dall'epilogo, nessun bambino in bicicletta al primo tentativo senza rotelle.
E' che, probabilmente, l'hanno fatto uguali. E se lui oggi è riuscito ad ovviare il problema dei chilometri, masticando la strada, spolverandola di treni in corsa beccati all'ultimo minuto, lei l'altra notte non ha dormito, ha preferito rallentare sul ciglio del letto, le scarpe ai piedi, la musica accesa, per pensare. Al contrario, l'hanno fatti uguali. Lei veloce di metropoli natìe riesce a zittirsi, lui, stanco di strade in discesa - inesorabili salite - adesso corre.
Bruma e clacson a glassare il momento, capannelli di gente, la mestizia di un quartiere troppo ovvio per essere degno di questo nome: eppure sta, al margine, tra il centro e la periferia, e tu devi scegliere, il contorno è il surrogato dell'incertezza, andare avanti o restare: la via che porta al fiume dei vecchi cantori ubriachi, pregni di notte; l'altra che ti riporta a casa, sicura, lontano.

'' E' che non ho più nessun dubbio. Ci provo, ma non mi vengono. ''

E' che, probabilmente, l'hanno fatti uguali. E lei, in un moto di ribellione, prendendolo per mano comincia a cantare, e gli spara il colpo del persempre, dritta dritta verso l'altra parte del mondo.

(Salviamoci la, salviamoci la, salviamoci la pelle: che abbiamo solo questa.)

mercoledì 10 giugno 2009

post-it [ flash metropolitano, lungo la costa ]

Lui è disteso sul letto, e per la prima volta, sul serio, lei lo desidera. Vuole, con tutta se stessa, farne. Di intrecci osé ne sa ben poco, è già tanto che non rimanga di là, seduta sulla sedia di plastica, un gomito poggiato sul tavolino, l'altro - sospeso - appeso alla sigaretta incollata alla bocca. Non rimarrebbero liquori sul filtro arancione, stavolta. Le labbra sono secche di sabbia e di umori riversati negli antri segreti. Lei lo guarda, lo sfinisce. Finisce il gioco dei suoi occhi severi, delle sue spalle imbronciate riversate contro la spalliera. Non si stupirebbe se la mandasse al diavolo. Eppure, sta. Perchè immobile e moto è quel movimento convulso dentro allo stomaco, da celare impossibile, così si avvicina per avvicinarlo meglio.

Ricorda di quando a farle compagnia c'era solo il fischio del vento, tra le persiane, di sera. La compagnia bonaria di un bicchiere di vino da un ero e cinquanta, a disinibirle le dita sulla tastiera, la musica a pompare nelle casse. Quante parole, allora, come unico appiglio. Tutti i desideri repressi, le fughe di gas fatte rientrare prima che potessero fare del male, la corrente risparmiata con la scusa dell'ozono. E il protocollo di Kioto a giustificare il silenzio. Libri. Libri su libri lesse, rimaneva le ore a sfogliarli, e ancora. Visse con Gatsby il riflesso delle luci algide e verdi, che si riflettevano dall'altra parte della strada. Corse con Fante lungo le strade polverose dell'America lontana, che sapevano di chiuso. Ascoltò i grandi raccontare l'amore, per cercare di impararlo, di capirlo.

Eccolo, il bandolo della matassa. Eccolo l'ultimo punto di cucito sulla tela. E' solo odore, questo, eppure strina, divelti i rami, si avvicina.

Per questa notte, che tutte le altre cancella indietro, l'ultimo quesito sviolina dalla finestra, a fare rumore da altre parti. E grazie a quei benefici astanti del mare morto e del crepitio delle onde contro le stelle, il silenzio stanotte non la spaventa.

***

mercoledì 3 giugno 2009

meteore - Favola Metropolitana n°2

- Maritino!

Gli corse incontro come avesse indossato un paio di scarpe nuove. Sfilando, non so se mi spiego.
Giusto il tempo - un quarto di secondo, a dire il vero - di vederlo trasalire, dopo essersi voltato - capelli neri a graffiare le spalle nodose - che gli era già con le braccia al collo.

- Maritino, come ti sei fatto bello! Mi sei mancato!

Lei, era. Non bella, ma sapeva di limone, di estate. Non so se mi spiego. Tanto che quando mi buttava le braccia al collo mi sentivo profumato anche io. Mi capisci? Non sapevo da che parte cominciare. Sapevo solo che volevo farlo.

- Anche tu mi sei mancata.

Lui, era il suo maritino. Poco più che un bambino, allora, giocava al debutto masticando terra e arrampicandosi su per i pendii del suo paese per tornire i muscoli. Ma le spalle, quelle, erano da uomo. Già.

Quando erano piccoli, tante estati fa, giocavano a rincorrersi sulla spiaggia e lungo il torrente che attraversava la pineta. Un imperfetto a levigare, piano, i contorni di un paio d'occhi che adesso si guardano così, come si guardano i loro.

- Maritino, sei perfetto! Sei sempre più bello, sai? Te la sei fatta la fidanzata quest'anno?

Lo vedevi abbassare lo sguardo. Ma quale fidanzata e fidanzata. Lui aveva quindici anni, allora. Una bellezza maldestra gli aveva scolpito gli zigomi, accentuando il colore degli occhi. Ma lo avresti potuto ancora vedere scherzare con gli amici giù, seduti sul muretto, a sgranare gli occhi e a dire parolacce su questa o quella partita di pallone.

- Certo, che me la sono fatta. Ma l'ho mollata. Io.

Quella sera la via lattea aveva deciso di scherzare col fuoco, accendendo il cielo, sopra quel mucchio di casupole. Il loro amato locus amoenus. Quello dove prima o poi, undici mesi non sono niente, dovevi tornare, per stare.
Ma le palingenesi perfette esistono solo nei libri di mitologia. Gli umani, li vedi, crescere voglie a renderli deboli, anche dopo un giorno solo, quel po' di più.
E quindi non ti stupirai, se ti racconterò di un coito maldestro, improvvisato sulla spiaggia, meravigliosamente banale, sotto le lacrime di San Lorenzo.
Un paio di mani, due bocche e un mucchio di capelli, niente di più. Ma a lui - questo lei non lo saprà mai - gli stava per scoppiare il cuore perchè di sapori così forti e di emozioni così intense, mai, prima di allora.

Si svegliavano, i giorni, sopra le casupole, ogni giorno. E via. Via il solstizio, di mille anni fa.

- Maritino, ci vediamo la prossima estate.

Lui l'aspetterà, pronto all'incrocio, con il solito broncio, facendo finta di guardare da un'altra parte. Inutilmente attenderà di improvvisare uno spavento, quando sentirà la stretta forte.

Nessuna sfilata, maritino. Nessuna dea da amare di notte. Nessuna fata.

Perchè dei maritini, quando si spezza l'incantesimo, non sai che fartene. E ti giustifichi borbottando che San Lorenzo non può piangere sempre per le stesse persone. E via.

Se vuoi proprio essere gelosa di qualcosa, essilo di quel ragazzo ormai uomo, bello nei suoi giovani anni, che ancora oggi tira via un sospiro a rimbalzare sul mare, assieme al sasso lanciato lontano nell'acqua, e ai centri concentrici.

Bello che potresti chiederti come faccia a pensare di rivolgerti la parola.
E invece ti bacia e ti chiede di non tradirlo mai.


[tratto da una storia vera]