giovedì 29 gennaio 2009
Roulette
Sarebbe da pazzi incoscienti masochisti decidere così, arbitrariamente, da un giorno all'altro, di buttare il proprio cuore in pasto agli avvoltoi, nemmeno fosse un pezzo di carne a ribasso, comprato dal macellaio dopo le festività natalizie.
Sai, uno di quei pezzi di, boh, cotechino. Che son buoni da mangiare, cioè che riesci a mandarli giù, solo se conditi con il sugo e le lenticchie e tutto il resto. E il pane, secco, scaldato in padella.
Un avanzo da 'giorno-dopo'. Santo Stefano. Le occhiaie e il cerchio alla testa dopo la baldoria. Il sangue rappreso intorno alle cuticole, dopo il rito salvifico e godurioso del rosicchiare.
Una di quelle cose da proverbio. Da frase fatta. 'Non vale la pena!,' non vale, no. Strana storia, questa della 'pena'. La pena, di cosa? Voglio dire: il giorno prima ci si è divertiti, si è stati bene, con la famiglia riunita a riempire lo stomaco. Quella sera, quei quattro gin lemon, sono andati giù che era una bellezza, te l'hanno rinfrescata un po', si o no, la gola, dopo dieci giorni passati chiusi in camera a studiare e ripetere e leggere e studiare e ripetere e leggere. Te le sei mangiate con tanto di 'slurp' quelle unghie! Eppure, 'la pena'.
La pena.
Mettiamo il caso non valga. Mettiamo il caso che 'tu ed io', per essere così, pienamente, infinitamente e fino in fondo davvero un 'tu ed io', un unicum, intendo, dovesse costarmi fatica. Dovesse costarmi pene, appunto.
Quali rischi dovrei correre? Quante le parole da reprimere? Quanti i gesti da mediare, da smussare, prima che essi assumano una parvenza... adeguata, adeguata a questa nostra situazione?
Dovrei trascendere. Dovrei acquietarmi un attimo, ruminare i palpiti e regalartene un bolo indistinto, molle, sdrucciolevole. La medicina cattiva addolcita con il miele. Ed io, in cambio, il rigurgito acido di ciò che vorrei, ma non posso. Tu tranquillo, sotto il lenzuolo fresco di un mio 'ti aspetto, ma fai con calma'. Io, il fachiro pietoso, in attesa del gancio di un tuo 'è abbastanza, ora baciami'.
Ora, baciami. E a me? Posso anche regalarti questa danza di muscoli compulsivi, questa mia lingua che conduce. Non mi interessa dei ruoli, non mi è mai interessato. Ma è davvero così?
Davvero, per salvarmi, è giusto che debba salvare te?
Ora, giungi. A sedarmi i minuti contati, senza le illusioni molli cui tanto volentieri mi venderei, anche per pochi spicci.
Domani, sarai partito. In tasca i tuoi puntini di sospensione - briciole di pane - ad indicarmi un cammino che mi vedrà, per chissà quanto tempo ancora, lottare contro chi tenterà di mangiarli, ad uno ad uno, per lasciare nel buio me, per riportarti al talamo originario, quello dei tempi in cui per te non c'ero, quelli in cui quelle stesse briciole andavano bene solo per creare atmosfere bucoliche, uccellini ovunque, a coccolarvi le promesse.
Lotto, contro chi ti ha avuto e desiderato e infinitamente è stato ricambiato, per tanto tempo, tanto da lasciarti in bocca quel retrogusto stucchevole, sì, ma familiare, di cose passate. La pancia della mamma, il primo bacio, la prima volta, le insicurezze svergognate.
Sarà la pastosità ferrosa di questi brandelli di cuore che porti nel palato, tra le gengive, che ti farà venire voglia di dissetarti con qualcosa che sappia di tutto, tranne che di vittima sacrificata sull'altare di quel dannato 'altro' che cerchiamo quando abbiamo fallito, e vogliamo riscattarci.
Che posso dirti? Vale la pena?
Un'ultima cosa: ho in mano un bicchiere, colmo d'acqua, dovesse servirti.
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